Probabilmente molti di voi ricorderanno
la meraviglia e lo stupore provati dal maghetto Harry Potter al suo arrivo
alla scuola di magia di Hogart. Una sensazione simile è quella che
si prova mettendo piede per la prima volta in Cappadocia: una strana, sperduta
ed incredibile terra nel bel mezzo dell’altopiano anatolico turco. Collocata
in un triangolo ideale tra le citta di Kaiseri – l’antica Cesarea per i
romani – Nevehír e Nigde, la Cappadocia è situata a circa
1200-1300 metri sul livello del mare e la sua conformazione orografica ne
fa uno dei posti più spettacolari al mondo. Ma difficilmente si può
rendere a parole la bellezza e le sensazioni suscitate da queste terre e
giusto il ricordo di qualche scatto fotografico riesce a far rivivere, anche
se vagamente, quel senso di stupore che ci ha accompagnato durante il viaggio.
Una visita in Cappadocia non potrebbe avere migliore inizio
con uno dei luoghi più noti e visitati dell’intera regione, la valle
di Göreme. Dalla visita di questa valle ci si rende subito conto delle
peculiarità geofisiche di questi luoghi e, soprattutto, dell’incredibile
sapienza con cui l’uomo ha saputo plasmare questa terra. Lo spettacolo
che ci si rivela è quanto di meno ci si aspetterebbe da un luogo
scelto in passato come sede di culto e ritiro monastico. Pareti a
picco, pinnacoli, piramidi rocciose sparse in una sorta di caos primordiale
rendono il nostro percorso ancora più intrigante. Forse proprio l’isolamento
del luogo con i suoi antri nascosti e quasi inaccessibili hanno favorito
nei primi secoli del Cristianesimo la nascita di comunità monastiche.
Sulle pareti scoscese si aprono numerose aperture: sono le celle e le chiese
rupestri, luoghi ideali di ritiro spirituale. Inerpicandosi tra le più
bizzarre formazioni rocciose, incontriamo decine e decine di chiese rupestri
molte delle quali ricche di affreschi: una delle testimonianze più
importanti della produzione pittorica bizantina. Interessanti nelle loro
tipologie, questi si dividono tra quelli appartenenti alla fase iconoclasta
e quella post-iconoclastica, caratterizzata dal passaggio da rigidi schemi
geometrici alla policromia figurativa delle splendide immagini bibliche che
ricorrono frequenti sulle volte e nelle absidi. Lo spettacolo appare tanto
più affascinante quanto stridente si presenta il contrasto tra la
finezza decorativa degli interni e l’aspetto ‘rupestre’ degli edifici. Incantati
dalla misticità del luogo, verrebbe voglia di spendere l’intero giorno
per visitarne tutti i meandri, lasciandosi travolgere dalla suggestività
delle strane formazioni rocciose che tanto incantarono anche Pasolini che
qui riprese alcune scene della sua “Medea”. Ma il tempo tiranno non ci permette
di indugiare oltre ed eccoci partire alla volta del villaggio di Uchisar.
Anche qui, impressionante il panorama che ci si offre: un ciclopico cono
roccioso rovesciato in cui si aprono centinaia di fenditure scavate dall’uomo
che ha fatto di questa strana concrezione rocciosa una sorta di villaggio
roccaforte; senza contare i picchi conici minori circostanti che appaiono
come delle immense groviere, con edifici e case scavate con facciate finemente
decorate. Attraversando questo come altri villaggi della Cappadocia oltre
a guardarci intorno estraniati dalle bizzarie fisiche, ci si imbatte in innumerevoli
negozietti che si offrono al turista con i loro mille colori: tra le ceramiche
dipinte, vasellame vario e soprattutto i bellissimi tappeti, vero e propio
vanto turco, ce n’è per tutti i gusti. Forte la tentazione all’acquisto...
basta saper mercanteggiare tra un bicchiere di tè e l’altro e l’affare
è fatto.
Se Uchisar rappresenta il più singolare dei villaggi
della Cappadocia, occorre addentrasi sulle circostanti colline che si ergono
attorno per godersi tutta la spettacolarità del luogo: da una parte
l’impressionante mole della roccaforte, circondata da pinnacoli e, dall’altra,
la maestosa visione a 360° gradi su immensi canyon e sulle caratteristiche
formazioni tufacee bianche che il millenario fluire dell’acqua ha “segnato”
tanto da farle rassomigliare a panna montata. E’ grazie alla friabile consistenza
di questa roccia tufacea, originata dall’antica attività di tre
vulcani – il più alto il monte Erciyes Da?i, l’antico monte Argeo,
di ben 3900 metri – unita all’erosione del vento e dell’acqua che insieme
si sono “divertiti” a modellare questo enorme manto, insinuandosi tra le
formazioni meno resistenti e consumando tutto attorno i coni tufacei che
oggi vediamo sormontati da cappelli di roccia più dura: i cosidetti
“camini delle fate”, la più originale e bizzarra formazione rocciosa
della Cappadocia. Il fantasioso nome nasce dalla popolare credenza che riteneva
questi coni l’abitazione di esseri fantastici... e non poteva essere altrimenti
visto lo stupore che la loro vista ci suscita. Incamminarsi tra questi “camini”
alti decine e decine di metri ci fa sentire un po’ nel paese dei lillipuziani;
circondati da vasti vigneti che grazie alla ricca terra vulcanica nascono
rigogliosi, accanto ai “camini” sorgono - unica nota dolente - le inevitabili
bancarelle dove tra improbabili souvenir si possono fare, con un pò
di pazienza, anche acquisti interessanti.
Storditi dagli incantevoli comignoli fatati, dai vasti canyon costellati
da migliaia di abitazioni, dalle chiese rupestri che celano preziosi affreschi,
dalla bianca roccia tufacea, il nostro breve viaggio in Cappadocia non
può non concludersi con una visita molto particolare. Se fino ad
ora sono stati i paesaggi esterni a colpirci con la loro caleidoscopica
mutevolezza, ci rivolgiamo ora al sottosuolo dove, da oltre un millennio,
si celano decine di città sotterranee che gli abitanti dei villaggi
scavarono per rifugiarvisi in caso di attacco nemico. Veri e propri abitati
sotterranei, completamente autosufficienti, queste città multilivello
– si contano fino ad 8 livelli in quella di Kaymakli – chilometri e chilometri
di cunicoli collegano i vari piani, attraversando celle, piazzette, luoghi
di culto, silos, in una sorta di gigantesco labirinto. Percorrere questi
meantri incute un certo timore se non un’oppressione vera e propria: quasi
ci sembra di ripercorre il labirinto di Knosso inseguiti dal Minotauro...
Ma miti a parte, è stupefacente il livello di organizzazione di queste
città, rese inespugnabili dai loro stessi angusti accessi nonché
dalla presenza di immense porte mobili di pietra che ne impedivano l’accesso;
senza contare i numerosi trabocchetti interni che avrebbero fatto perdere
il senno anche al più agguerrito dei nemici.
Attoniti e sorpresi dalla visione di queste immense città
sotterranee, ancora una volta la terra di Cappadocia, anzi il suo sottosuolo,
riesce a sorprenderci.
Ma il nostro viaggio volge ormai al suo termine. Ancora
scossi dalle forti emozioni provate e dalla bellezza di luoghi che l’eterno
lavorio della natura e dell’uomo hanno trasformato in qualcosa di unico
e irripetibile, lasciamo a malincuore questa terra con la consapevolezza
di aver visitato un luogo molto speciale in cui il tempo sembra essersi
fermato.
ISTANBUL:
la città dei due mondi
by Franco Bruni
(published in “Progress Viaggi” - n. 2, 2005)
Tra i vari primati che detiene vi è la più
alta concentrazione di colossali e splendide moschee che ne denotano il
caratteristico profilo e, soprattutto, la sua peculiare posizione geografica
tra due continenti, quello asiatico e quello europeo, che la rendono giustamente
un ideale ponte tra mondi e culture distanti. Parliamo ovviamente di Istanbul,
una delle più celebrate città, nella storia, per le sue ricchezze
e per la sua bellezza, capitale dell’Impero romano d’Oriente quando l’Impero
d’Occidente si disgregava sotto i colpi delle avanzate barbare, e, dal 1443,
alla guida del grande Impero ottomano… Le vicissitudini che ne hanno caratterizzato
la sua storia ne fanno un luogo davvero speciale in cui la compresenza di
influssi, romani, bizantini e ottomani provocano un singolare e quanto mai
piacevole effetto di straniamento agli occhi dell’occidentale.
Mentre le numerose e possenti vestigia ci narrano di un
passato glorioso che ha visto Bisanzio dominare un territorio pari a quello
fino a poco tempo prima occupato da Roma, la città attuale e tutta
la Turchia vivono oggi un momento storico singolare. Poco meno di un anno
fa – era il luglio del 2004 – Istanbul è stata la sede prescelta
per ospitare il grande Summit della Nato durante il quale fondamentali decisioni
sono state prese in tema di allargamento verso l’Est e sul miglioramento
dell’efficienza operativa. Ma è senz’altro la candidatura della Turchia
a futuro membro della Unione europea l’evento che ha fatto parlare di più,
creando non pochi scontri tra paesi favorevoli di un avvicinamento tra cultura
cattolico-protestante e cultura essenzialmente islamica (quella turca)
e quelli contrari ad accettare un eventuale allargamento ad uno stato musulmano.
Comunque siano le decisioni che verranno prese in quella che si prospetta
essere una lunga e difficoltosa trattativa, è innegabile sostenere
che la Turchia e, soprattutto, Istanbul simboleggiano un naturale punto
di incontro tra il Medio Oriente islamico e l’Europa.
Tutto a Istanbul richiama profondamente all’una e all’altra
tradizione. Solo considerando l’area occupata dal palazzo imperiale ottomano
del Topkapi, da Santa Sofia e dalla Moschea blu, ci si trova davanti a stili
e tradizioni culturali totalmente differenti ma, al tempo stesso, caratterizzate
da una profonda influenza reciproca. La maestosità di Santa Sofia,
splendido monumento della cristianità, completata sotto l’impero
di Giustiniano nel 587 d.C., tanto per fare un esempio, ha costituito il
prototipo architettonico, quasi mille anni dopo, con la conquista da parte
degli Ottomani, per la costruzione delle nuove moschee che caratterizzeranno
in maniera incisiva il panorama della città.
Monumento esemplare dell’arte bizantina, Santa Sofia è
dominata dalla cupola centrale larga 33 metri ed alta 55 metri secondo un
modello a pianta centrale che tanta fortuna troverà nelle chiese
di rito greco-ortodosso. Il maestoso interno è arricchito da preziosi
marmi e colonne provenienti dalle vicine città romane della costa;
come succedeva spesso a Roma, dove le vestigia di monumenti più antichi
erano riutilizzati e/o spoliati per la costruzione di nuovi edifici. Santa
Sofia, massimo tempio cristiano durante l’Impero romano d’Oriente, viene
però trasformata con l’occupazione ottomana del 1453 in moschea. Fortunatamente
gli interventi esterni a rinforzo delle strutture murarie, l’aggiunta di
enormi contrafforti e di quattro minareti – le caratteristiche torri che
si trovano in tutte le moschee e da cui i muezzin scandiscono le loro preghiere
– non hanno intaccato più di tanto lo spirito della struttura originale,
risparmiando, tra l’altro, i numerosi e preziosissimi mosaici bizantini
che si trovano nelle gallerie superiori della basilica. Separata da alcuni
giardini a poche centinaia di metri da Santa Sofia si staglia un’altra maestosa
mole: è la Moschea blu, uno dei capolavori dell’arte ottomana. Costruita
a circa mille anni di distanza da Santa Sofia, la Moschea Blu ne riprende
evidentemente le fattezze, ampliandone la struttura e creando un “qualcosa”
di veramente unico. L’accesso a questa moschea come alle altre della città
è consentito ai “non fedeli” di altre religioni – caso, questo,
più unico che raro nei paesi di fede islamica – con la sola rigorosa
regola di togliersi le scarpe prima di accedere al luogo di culto. L’effetto
un po’ curioso che questa usanza suscita in noi occidentali lascia comunique
subito il posto ad una esperienza davvero speciale. Entrati nella Moschea
Blu, si è travolti da uno straordinario effetto di luce creato dalle
duecento ed oltre finestre che riflettono i raggi sulle migliaia di piastrelle
di ceramica di Iznik, di coloro verde-azzurrognolo, che ricoprono interamente
le pareti. Se apparentemente molti simili appaiono le moschee tra loro,
questa certamente le supera tutte grazie all’effetto cromatico-luminoso
che l’architetto Davut Aga ha voluto creare per il suo sultano Ahmet I nel
1616.
Senza spostarsi di molto e rimanendo nell’area di piazza
Santa Sofia, accanto alla Moschea blu e ai suoi numerosi edifici annessi
(la scuola coranica, l’ospedale, etc. etc.) che occupano insieme a S. Sofia
quella che un tempo doveva essere il foro di Augusto, troviamo i resti,
ormai totalmente stravolti, dell’antico Ippodromo. Costruito ai tempi di
Settimio Severo ed ampliato sotto Costantino – fu lui a cambiare il nome
di Bisanzio in Costantinopoli come voleva una certa megalomania dell’epoca
– arrivò a misurare oltre 400 metri di lunghezza per 120 di larghezza.
Senza considerare le decorazioni e statue che lo arricchivano, con la presa
ottomana l’ippodromo divenne una cava di marmo… un po’ quello che dovette
succedere al Colosseo tra XVI e XVII, divenendo una cava di travertino per
la costruzione di nuove chiese e quant’altro. Dell’antico monumento oggi sono
visibili. Ahimé. solo alcune colonne che ne delineavano la spina centrale:
molto bella la colonna serpentina, formata da due serpenti attorcigliati,
proveniente dal tempio di Apollo a Delfi.
Le vestigia romano-bizantine non terminano certo qui,
come testimoniano le possenti mura della città costruire e l’imponente
acquedotto di Valente, terminato nel 378 d.C. Il tema dell’acqua e il suo
sfruttamento fu molto caro ai Romani e la stesso vale per gli Ottomani. All’epoca
romano-bizantina erano numerose le terme pubbliche che, come a Roma, costituivano
un must nella cura del corpo. Tra l’altro le numerosissime cisterne sotterranee
che si trovano a Istanbul rappresentano quasi una seconda città sotterranea.
Per tutte vale la pena visitare quella di Yerebatan Sarnici che più
che avere l’aspetto di una cisterna, assomiglia in realtà ad una
enorme basilica sotterranea, costituita da ben 336 colonne su dodici file.
Il progresso “turistico” ha trasformato questo monumento sotterraneo, creando
una sorta di percorso multimediatico, con improbabili effetti luminosi e
sonori che ne accompagnano la visita.
L’acqua è un elemento costante nell’architettura
ottomana. L’acqua come strumento di pulizia corporea, fondamentale nella
religione islamica, come testimoniano le numerose fontane per l’abluzione
che troviamo in tutte le moschee. Altre fontane ottomane che costituiscono
dei piccoli gioielli di architettura ottomana le ritroviamo nel palazzo del
Topkapi: il luogo prescelto dai sultani ottomani come dimora imperiale. Lontanissimo
dal nostro concetto di palazzo reale, i numerosi padiglioni che costituiscono
il palazzo occupano insieme alla moschea blu e a Santa Sofia la punta estrema
di Istanbul, circondata a nord dal Corno d’oro, un lungo fiordo di 7 km
e a est, e a sud dal Mar di Marmara che lentamente si restringe verso lo
stretto del Bosforo per poi sfociare nel Mar Nero. Una posizione invidiabile,
in cui gli architetti dei sultani, ad iniziare nel 1451 con Maometto II,
hanno dato libero estro a costruzioni, giardini, fontane, padiglioni, il
tutto immerso in una fiabesca atmosfera. Nell’Harem dove alloggiavano le
mogli e le concubine del sultano è tutto un susseguirsi di ampie sale,
tappeti, divani nella tipica tradizione locale. Certamente il Topkapi con
le sue architetture, i gioielli tempestati di incredibili smeraldi che costituiscono
il tesoro, rappresenta quanto di più “ottomano” – oltre alle moschee
ovviamente – ci sia da vedere a Istanbul.
Volendo gustare un altro tipico aspetto della città,
ci occorre a questo punto una full immersion nel Gran Bazar. Una intricatissima
città nella città, dove si può acquistare di tutto,
dalle ceramiche ai tappeti dai mille colori, alle spezie, al vestiario etc.
etc.; un dedalo di popolatissime viuzze e piazzole – la maggior parte delle
quali coperte da volte decorate – in cui non è difficile perdersi
tra le migliaia di negozi e banchi. Qui l’asmosfera ci riporta inevitabilmente
ai suq, i tipici mercati delle città arabe che ritroviamo in tutto
il Medio Oriente e in Nord Africa.
Se molto di Istanbul ci parla di un glorioso passato,
è anche vero che oggi la città presenta forti contrasti,
segnata come è dal suo retaggio ottomano ma al tempo stesso contraddistinta
da una gran voglia di occidentalizzazione del modus vivendi. Con l’avvento
del regime repubblicano nel 1923 e gli incredibili sforzi compiuti da Atatürk
– fu lui a determinare, tra l’altro, la drastica sostituzione dell’alfabeto
arabo con quello latino – Istanbul e la Turchia tutta hanno iniziato un
percorso di ammodernamento ed europeizzazione dello stato ancora oggi è
in atto; un processo di rinnovamento che ha determinato importanti scelte
in campo politico e culturale. I frutti più visibili di questi cambiamenti
sono particolarmente evidenti ad Istanbul. Accanto alle antiche abitazioni
lignee che ancora oggi scorgiamo lungo le rive del Bosforo o nell’antico
quartiere dei pescatori di fronte al mar di Marmara e che fortunatamente si
sta cercando di recuperare, si stagliano nuovi quartieri inconfondibilmente
segnati da modernissimi e anonimi edifici. Nel percorrere in battello il Bosforo,
- un’esperienza da non perdere assolutamente quando si viene ad Istanbul
- l’accostamento di edifici storici a moderne costruzioni è a volte
traumautico ma d’altronde lo sviluppo, qui come altrove, ha avuto e continua
ad avere i suoi pro e contro.
Lasciandoci alle spalle il ricordo degli splendidi
mosaici bizantini, delle rarefatte atmosfere delle moschee, delle gloriose
vestigia romane, degli hammam, ci congediamo da questa città davvero
multiculturale, e lo facciamo ammirando un’ultima volta questa “vetusta
signora” dalla riva asiatica quando il sole, tramontando dietro la città,
esalta l’inconfondibile silhouette della Moschea Blu e di Santa Sofia.
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