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   Medieval villages in Tuscany

pictures and text by Franco Bruni



sorano       pitigliano

Toscana da scoprire: i gioielli del Medioevo

Pitigliano, Sorano e Sovana

by  Franco Bruni
(published in “Progress Viaggi” -  n.  2, 2006)     

   Nell’entroterra della Maremma grossetana, in un territorio al confine con il Lazio dove le pianure lasciano spazio al dolce paesaggio collinare, tre gioelli medievali, Sovana, Sorano e Pitigliano, giacciono nascosti agli occhi indiscreti del turismo di massa. E’ questa una delle tante facce della Maremma: un luogo appartato e a bassa presenza abitativa, ricco di boschi e colline; un territorio a forte vocazione agricola dove il tempo sembra avere subito una battuta di arresto e in cui è piacevole ritirarsi alla scoperta di paesaggi incontaminati e atmosfere d’altri tempi.
   Forre, dirupi, pareti a picco, è questo lo spettacolo naturale che circondano i tre borghi in questione; paesi costruiti sui pianori tufacei, tutt’intorno circondati da ripide pareti tufacee che hanno tutta l’aria di immense muraglie difensive. Nel corso dei secoli lungo queste pareti scoscese il popolo etrusco ha pazientemente scavato sentieri nascosti, le misteriose «vie cave »; impressionanti vie di comunicazione tra i centri abitati e le necropoli ; sentieri legati con molta probabilità al culto dei morti e di cui il territorio in questione offre decine di superbi esempi. Molte di queste vie sono praticabili e alcune ancora utilizzate come accade per la via cava di San Giuseppe a Pitigliano: ogni anno, il 19 marzo, vi si tiene una tradizionale processione a lume di torcia le cui origini si perdono nella notte dei tempi.
   Oltre alle singolari vie cave, La presenza etrusca di queste zone è testimoniata da una serie di affascinanti necropoli monumentali tra cui primeggia quella di Sovana con  le sue splendie tombe a tempio. Qui troviamo la famosissima tomba « Ildebranda » (III sec. a.C.), il cui ipogeo è sormontato da una sorta di tempio in stile greco circondato da 12 colonne. Il singolare nome è legato alla figura di Ildebrando, il più celebre personaggio della storia sovanese, non per nulla per essere stato eletto papa come Gregorio VII.
   I tre borghi, caratterizzati da profonde similitudini paesaggistiche e storico-culturali, furono nel corso del Medieovo sotto il dominio della potente famiglia longobarda degli Aldobrandeschi che scelsero Sovana a sede della loro vasta contea. Ed  è proprio da Sovana che iniziamo l’itinerario, il più piccolo dei tre borghi a dispetto della sua importanza storica. Citta di fondazione etrusca, poi divenuta un municipium romano e nel V secolo sede vescovile, con la creazione della contea aldobrandesca venne costruita la grande fortezza (XIII-XIV secc.) i cui resti, oggi, ci introducono scenograficamente al paese. Sotto gli Aldobrandeschi – Dante ne ricorda alcune figure tra i “superbi” dell’XI canto del Purgatorio – Sovana conosce il periodo di massimo splendore come lo testimoniano i palazzi pubblici e le chiese che ancora oggi si possono ammirare.
   Seguendo il corso principale, la “strada di Mezzo”, c’immettiamo nella pittoresca piazza del Pretorio che in un contesto perfettamente conservato/restaurato ospita gli edifici più importanti: il Palazzo Pretorio del XII sec. restaurato nel XV secolo che sulla sua facciata accoglie numerosi stemmi dei capitani di giustizia; la loggetta del Capitano e il palazzo dell’archivio (XII-XIII secc.) infine il tardorinascimentale Palazzo Bourbon del Monte, fatto costruire da Cosimo I Medici. Nella stessa piazza ha sede una delle due chiese di Sovana, S. Maria Maggiore nota per avervi conservato sopra l’altare uno dei più antichi cibori preromanici (VIII-IX secc.) di tutta la Toscana. L’altra significativa presenza è costituita dalla cattedrale del XI-XII sec. ricostruita sui resti di una precedente chiesa dell’VIII secolo, della quale rimangono la cripta e il portale riccamente decorato. Curiosamente, nei pilastri ai lati del portale vi è raffigurata, tra gli altri, una sirena bicaudata… una simile figura di grandi dimensioni, scolpita nel tufo, ricorre nel timpano di una delle monumentali tombe etrusche di Sovana di recente scoperta! L’interno, spoglio secondo i più austeri dettami dello stile romanico, è a tre navate e presenta colonne polistili con alcuni capitelli particolarmente interessanti, raffiguranti scene bibliche, opera di maestranze lombarde e laziali dei secoli XI e XII.
   Il massimo splendore raggiunto da Sovana durante il XII-XIII dovette subire gradualmente una battuta di arresto nel corso del XIII secolo, un po’ per i continui contrasti bellici a seguito del mire espansionistiche della repubblica senese. Successivi matrimoni tra componenti della potente famiglia romana degli Orsini e gli Aldobrandeschi portò alla definitiva estinzione di quest’ultimi: il ramo aldobrandesco di Santa Fiora, presso il Monte Amiata, passava così agli Sforza mentre gli Orsini, nel 1293, entravano ufficialmente in possesso della Contea di Pitigliano-Sovana, integrando nel loro stemma il possente leone aldobrandesco.
   Pitigliano, seconda tappa del nostro itinerario “aldobrandesco” - anch’essa di origine etrusca – diviene dunque con gli Orsini la nuova sede della contea. Nuovi dominatori, dunque, e, inevitabilmente una nuova residenza: gli Orsini, sfruttando il nucleo della preesistente rocca aldobrandesca, ne ampliarono l’edificio sino a dargli un aspetto più decisamente residenziale, soprattutto nel XVI secolo, con gli interventi del famoso architetto Antonio da Sangallo il giovane.
   Dalla piazza antistante il palazzo Orsini la cui mole è situata all’ingresso del paese, di fronte all’acquedotto voluto da Gian Francesco Orsini nel 1543, partono le vie che percorrono il lungo e stretto pianoro tufaceo su cui Pitigliano è adagiata. Le alte pareti rocciose ne costituiscono allora come oggi una impressionante difesa naturale, in parte integrata con ulteriori strutture difensive cinquecentesce ideate dallo stesso Sangallo.
   Tra gli edifici religiosi, oltre al duomo barocco, rifacimento di una chiesa più antica, è interessante la chiesetta di Santa Maria, voluta da Niccolò III Orsini alla fine del XV secolo, anch’essa costruita su strutture preesistenti. Oltreppassata la cattedrale barocca – quasi una nota “fuori posto” nel contesto medievale del paese – si prosegue  verso la punta estrema del borgo, la più caratteristica e spettacolare dal punto di vista panoramico: qui la singolare conformazione orografica sembra trasformarsi nell’immensa prua di una nave che si innalza sulle boscose vallati circostanti del Meleta e del Lente. Nel ripercorrere a ritroso il lungo pianoro attraverso via Zuccarelli entriamo nel ghetto ebraico, la cosiddetta “Piccola Gerusalemme”, sorto da piccole comunità, alla fine del Cinquecento, che qui si trasferirono in seguito ad alcuni editti papali che cacciavano gli ebrei dal territorio laziale. Attestata a poche decina di anime nella seconda metà del XVI secolo, la comunità non superò mai le 300-400 unità (XVIII-XIX secc.) che andarono stabilendosi in un’area circoscritta tra la cattedrale e la rupe tufacea occidentale. Nel complesso di edifici occupati dalla comunità ritroviamo l’antica Sinagoga del 1598, il “Forno delle Azzime”, il “Bagno rituale” e tutta una serie di locali e cantine scavate nella roccia: un vero e proprio abitato nell’abitato. Per i più interessati, un piccolo museo della cultura ebraica offre una panoramica storica su questa interessante presenza  che ha contraddistinto la storia locale.
   Ma come la storia insegna, anche la dinastia degli Orsini ebbe un termine. Nel XVI secolo richiedendo l’aiuto a Cosimo de Medici nel 1561 per fronteggiare l’espansione senese che si era estesa ormai a gran parte della Maremma, Pitigliano cadeva definitivamente sotto il dominio mediceo agli inizi del XVII secolo.
Stessa sorte accadrà a Sorano, l’altro feudo aldobrandesco poi Orsini, che conclude questo itinerario. Ancora una volta, una città di origine etrusca,  – lo testimoniano le grandi vie “cave” di San Rocco e di San Valentino e le necropoli del paesaggio circostante – che nel corso del Medioevo andò sviluppandosi su uno scenografico sperone tufaceo al di sopra della valle del Lente. Seguendone la peculiare orografia, il paese ha assunto nei secoli la fisionomia di una sorta di diga, dominata da un lato dall’imponente Rocca Orsini e dall’altra dal Masso Leopoldino voluto dal gran duca di Toscana Leopoldo nel XVIII secolo.
   Sorta nel punto più alto del paese, la rocca Orsini data al XII secolo per quel che riguarda la parte aldobrandesca, mentre al XVI risalgono il grandioso Mastio, le fortificazioni e il nuovo palazzo comitale, terminati per volere di Niccolò IV Orsini nel 1552. Al centro degli aspri scontri che tra XIV e XV secolo coinvolsero gli Orsini di Pitigliano contro gli Orvietani e poi i Senesi, Sorano subì numerosi attacchi. Ma le offensive esterne divennero alla fine il male minore rispetto alle lotte interne che caratterizzarono le vicende della famiglia. Il progressivo indebolimento degli Orsini li rese facile preda per i Medici che, dopo Pitigliano, occupavano anche Sorano trasformandola nel principale baluardo difensivo contro lo stato della Chiesa e il vicino ducato farnese di Castro.
   Nonostante le bellicose vicende di famiglia, gli Orsini possono però essere ricordati anche per il loro mecenatismo. Non è raro trovare presenze di affreschi in molte delle loro rocche sparse nel Lazio e, nel caso specifico di Sorano, abbiamo una vera chicca per gli appassionati di musica: in una delle sale della rocca vi è un affresco raffigurante un brano polifonico a quattro voci del compositore Domenico Maria Ferrabosco (1513-1574). Si tratta del celebre madrigale Io mi son giovinetta su testo boccaccesco: una singolare testimonianza che oltre a confermarci la fama raggiunta da questo testo, la dice lunga sui gusti estetici degli Orsini, evidentemente non solo impegnati in sanguinose questioni dinastiche.
   Dalla visita della rocca Orsini che oggi ospita il Museo del Medioevo e del Rinascimento, scendiamo nel dedalo di viuzze che caratterizza l’abitato. Gli edifici quasi costruiti l’uno sull’altro e le strette vie che li circondano ci fanno letteralmente sprofondare in un’altra dimensione temporale dove tutto sembra rimasto immutato.
   A conclusione della visita, un ultimo e immancabile scorcio panoramico dalla sommità del terrazzo del Masso Leopoldino ci regala una splendida vista sull’intero borgo e sulle vallate circostanti.

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