Jordan Landscapes

Pictures and text by Franco Bruni (August 1988)

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Castles in the desert

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Roman colony of Jerash                                                                                            Petra: Tomb of the Urn

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Petra: the Siq  and the Tomb of the Treasury

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Petra: the Monastery

 

PETRA: la città rosa del deserto
by  Franco Bruni
(published in “Progress Viaggi” -  2005)

   Sono numerose le testimonianze giunte sino a noi dal passato, come molteplici sono i ‘luoghi architettonici’ che popoli oggi scomparsi ci hanno lasciato in eredità e di fronte ai quali non si può che restare attoniti per la loro sorprendente bellezza. Luoghi che fortunate concomitanze storiche, artistiche e geografiche, nonché un incessante lavorio del tempo ne hanno fatto qualcosa di unico e irripetibile. Tra questi luoghi speciali, l’antica città giordana di Petra occupa senz’altro un posto di prim’ordine. 
   Ma qual’è il fascino che la “città rosa” del deserto – la chiama così Dean Burgon viaggiatore di questi luoghi alla fine dell’800 - è ancora capace di trasmettere dopo millenni? Quali i suoi misteri che oggi attirano decine di migliaia di turisti a visitarla e a contemplarla? 
   Come accade per i siti archeologici più antichi, il mistero sta forse proprio in un passato della cui quotidianeità non sappiamo quasi nulla, se non i principali eventi storici ricordati da Plinio e Strabone, mentre le testimonianze ‘mute’ delle maestose architetture scavate su pareti rocciose nel bel mezzo del deserto stanno li ad ammiccare verso il turista. A dispetto dei millenni passati, l’ottimo livello di conservazione dei “luoghi architettonici” di Petra e, soprattutto, l’indissolubile connubio con l’elemento naturale, ne fanno una caleidoscopica simbiosi di colori, architetture, rocce che ha letteralmente dell’incredibile. 
   Le lontane origini di questo sito ci riportano molto indietro, fino alla storia veterotestamentaria. Varie le etnie che abitarono questi luoghi: gli Horiti nel 2000 a.C. e successivamente gli Edomiti – Edom significa rosso come la colorazione che si ritrova nelle rocce di queste zone – fondatori della città di Sela che, guarda caso, significa per l’appunto “pietra”. Verso il IV secolo a.C è la volta dei Nabatei, popolazione di pastori nomadi di ceppo aramaico provenienti dall’Arabia, che fondarono Petra probabilmente sulle antiche vestigia della città edomita di Sela di cui oggi non rimane più alcuna traccia. Inevitabile il successivo contatto con la cultura romana tanto da divenire nel 106 d.C., dopo la conquista da parte di Traiano, una delle provincie romane sotto il nome di “Arabia Petrea”. Dopo la caduta dell’impero romano, si protrasse la dominazione bizantina per poi essere definitivamente abbandonata a se stessa intorno poco dopo l’anno 1000. Sarà l’avventuriero Jakob Burkhardt a riscoprire la cittù facendosi accompagnare nel 1812 da un beduino locale, con la scusa di voler compiere un safricio presso la tomba detta “di Aronne”. Era l’inizio di una serie di visite e scavi che avrebbero portato alla scoperta da parte degli occidentali delle meraviglie di Petra; scavi che ancora oggi si protraggono soprattutto nel sottosuolo di cui una piccolissima percentuale è stata indagata.
   Giunti al sito archeologico di Petra, non può non notarsi come, anche quaggiù, il turismo abbia iniziato, nel bene e nel male, a fare capolino con le inevitabili schiere di hotel e alberghi che costeggiano la principale strada che conduce al sito. 
Abbandonati i mezzi meccanici, ci si immerge subito in una dimensione che difficilmente le parole saprebbero descrivere. Ci si avvia con trepidazione dunque verso il cuore della antica città ... ma non attraverso una ampia e scenografica via, come accadrebbe se fossimo nelle antiche città di Pompei o di Efeso; al contrario sarà un lungo percorso di quasi due chilometri, il Siq, uno stretto corridoio tra due alte pareti rocciose che paurosamente si contorciono l’una sull’altra, in un andamento curvilineo continuo, che toccherà percorrere per una ventina di minuti prima di arrivare alla prima sorpresa che Petra ci riserva. 
    Questo singolare approccio appare insolito e crea quella giusta suspense...  quasi che la città stessa voglia farsi “conquistare” gradualmente e non offrirsi all’improvviso in tutto il suo splendore. La presenza di questo lungo percorso, ha fatto si che per molti secoli la città rimanesse al riparo da scorrerie e depredazioni. Gli stessi beduini che non hanno mai smesso di frequentarla, utilizzandone le strutture architettoniche per scopi non propriamente religiosi, hanno mantenuto nei secoli il segreto sulla sua esatta collocazione. 
   Passeggiando lungo gli altissimi costoni di roccia del Siq, costatiamo subito una delle peculiarità geologiche, forse la più straordinaria, di questo luogo: la fantasmagoria di colori che la viva pietra arenaria ci rivela, con striature che vanno dal rosso vivo, all’indaco, al giallo, all’azzurro, al rosa. Una vera e propria apoteosi cromatica. Sembrebbe quasi di trovarci davanti all’opera di un artista pazzo che si sia divertito a decorare migliaia e migliaia di metri quadrati per il puro piacere di dare un tocco di colore ad una zona altrimenti dominata dai tenui colori pastello del deserto.
   Nel percorrere il Siq, ci si rende subito conto dell’importanza del problema che l’acqua dovette avere in passato: lungo la parete sinistra un canale scavato nella roccia dai Nabatei serviva a convogliare acqua piovana verso le cisterne ... è un pò lo stesso principio che ritroviamo in molte “tagliate etrusche”, vie scavate in profondità nel tufo dagli antichi popoli d’Etruria. E’ con l’arrivo dei Romani, e l’ampliamento e costruzione di terme e bagni pubblici che venne costruito un secondo canale sul lato destro del Siq, in cocci cilindrici; più pratici ma, sicuramente, meno eleganti.
   Il percorso ci riserva con il suo continuo variare di colori e conformazioni rocciose una sorpresa dopo l’altra, ma è alla fine del sentiero che, all’improvviso, si scorgono quasi per magia delle colonne. E’ questo il primo grande monumento chiamato Khazneh (Il Tesoro) che davanti agli occhi increduli del turista ostenta tutto il suo splendore: un’immensa parete verticale in cui, come burro, è stata scavata una elegantissima facciata in stile ellenistico di oltre 40 metri, che ci rimanda inevitabilmente alle facciate barocche delle chiese borrominiane. Stupore e meraviglia... e siamo solo all’inizio della nostra visita, mentre le sorprese sono tante e varie che una sola giornata non ci basterebbe per ammirarle tutte. 
   Ci si immerge per un attimo, ad occhi chiusi, in quello che sarebbe potuto essere 2000 anni il piazzale circostante il “Tesoro” con il suo brulicante mercato di spezie e incensi ... ma il pensiero è subito, ahimé, interrotto da chiassose scorribande di turisti che ci obbligano a procedere nel cammino. 
   Nella maggior parte dei grandi monumenti rupestri provenienti dal passato, ci troviamo di fronte ad architetture funebri, e Petra non fa eccezione anche se, accanto a questi, offre alcuni superbi esempi di edilizia civile. Tra questi spicca senz’altro il bellissimo teatro, la cui cavea, come nei teatri greci, è stata costruita/scavata sul fianco di una collina rocciosa. Ed anche qui non si può non lasciarci trasportare dall’immaginazione vedendo le migliaia di cittadini accorrere per vedere gli spettacoli ‘tragici’. 
   Tutto quello che si osserva a Petra è incredibilmente ben conservato, soprattutto se si considera che per oltre un millennio, dopo la fase bizantina della quale rimangono tracce di basiliche e di mosaici, il sito non è stato più ufficialmente abitato. 
   Ma continuiamo il nostro percorso che ci porta, stavolta, ad un altro incredibile gruppo architettonico: le Tombe Reali. Si tratta di un lungo tratto di una collina sulla quale troviamo altre immense facciate scavate con la Tomba dell’Urna, e, in particolar modo, la Tomba Palazzo. Due esempi unici nel loro genere, caratterizzati nel primo caso da una sorta di portico colonnato antistante la Tomba vera e propria cui si accede attraverso una scenografica scala, mentre nel secondo caso da una vastissima facciata scolpita su ben tre livelli (49 m di larghezza e 45 m di altezza), purtroppo assai mal conservata, che ci da una seppur vaga idea della sua maestosità. 
   Ovunque si rivolga lo sguardo, il paesaggio che ci circonda ha un fascino incredibile; soprattutto considerando come le necessità pratiche unite all’estro e alla creatività umana abbiano saputo piegare un paesaggio tanto affascinante quanto ostile.
   Continuando il percorso, scossi dai continui e troppi stimoli sensoriali del luogo, ci si sente un po’ come i viaggiatori del passato che ebbero il privilegio di visitare Petra con occhi ‘vergini’, inconsapevoli di ciò che li attendeva. Una cosa è comunque certa: anche se parte dei tesori che ammiriamo ci sono in qualche modo familiari grazie ai depliant turistici, sicuramente quest’ultimi non rendono un briciolo di giustizia rispetto a quello che l’esperienza viva ci riserba.
   Dopo lunghe camminate alla ricerca di nuove emozioni, percorrendo sentieri scavati nella roccia lungo impressionanti canyon, segnati dalla presenza di numerose facciate scolpite, raggiungiamo infine l’El Deir (il Monastero) l’altro enorme e stupefacente monumento simile al “Tesoro” ma dalle dimensioni ancor più possenti del primo. Nonostante l’estenuante fatica per arrivare al “Monastero”, si è ripagati ampiamente della fatica anche grazie al grandioso panorama che da lassù si gode della Valle del Giordano. 
   Con quest’ultima bellissima visione e letteralmente ebbri di emozioni, percorriamo a ritroso il nostro percorso, assaporandone fino all’ultimo ogni momento, ogni sensazione, cercando di memorizzare ogni sfumatura della città rosa. E’ quasi l’ora del tramonto e Petra si sta ‘rivestendo’ dei suoi colori più sontuosi mentre noi, a malincuore, arriviamo alle nostre auto ormai liquefatte dal cocente sole di luglio.

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