"Intorno alla sommità di questa rupe correvano le mura di cinta...Con queste suggestive parole, nel lontano 1927, lo scrittore inglese David H. Lawrence descriveva la necropoli di Cerveteri, uno dei siti archeologici più affascinanti dell’antica Etruria. Allora come oggi - lo si può affermare con tutta tranquillità -, Cerveteri ha saputo mantenere intatto quell’incredibile fascino che solo certi luoghi ‘antichi’ sanno evocare grazie alle loro vestigia. Distinta dal borgo di Ceri, sorto nel XIII in seguito all’abbandono della città antica, Cerveteri, ovvero Caere Vetus, costituisce indubbiamente un unicum nell’intera Etruria – territorio che nell’antichità si estendeva ininterrottamente da Fiesole sino a Veio alle porte di Roma – grazie alla presenza di una delle più grandi e belle necropoli giunteci. Ma non è tanto il dato numerico a meravigliarci, quanto la straordinaria varietà con cui le maestranze etrusche hanno concepito la necropoli, una vera e propria città dei morti, con un proprio assetto urbanistico ad imitazione della città dei vivi, testimonianza del profondo valore che la vita dell’oltretomba aveva nella religione etrusca. Un caso straordinario quello di Cerveteri in cui centinaia di ettari, accerchianti l’antico pianoro della città – oggi occupato dall’odierno abitato –, vedono concentrarsi migliaia di tombe dalle più diverse tipologie architettoniche: quasi un segno, una traccia lasciata volutamente a modello della loro sapienza costruttiva. E così è stato per l’antica Caere come per molti altri siti etruschi in cui sono, paradossalmente, le “città dei morti” a sopravvivere mentre rarissime le evidenze archeologiche riguardanti gli abitati e l’architettura civile a causa, evidentemente, del materiale più deperibile impiegato. Se affascinante appare al turista questo mondo “ultraterreno”, lo è ancora di più l’approccio al paesaggio “tufaceo” che connota la singolarità di questi luoghi. Cerveteri come molti altri paesi del Lazio del nord è collocata su di un pianoro roccioso, appunto tufaceo, tutto intorno circondato da rupi verticali che cadono a strapiombo nelle vallate circostanti. Naturali barriere di difesa, queste immense pareti rocciose – particolarmente ben visibili sul versante sud-est della città moderna – creano incredibili effetti cromatici, colorandosi di un rosso vivo alla luce del tramonto: un’esperienza da non perdere quando si visitano queste zone. E’ proprio il tufo, pietra d’origine vulcanica, che ha costituito a Cerveteri e in tutta l’area etrusca del Viterbese, la materia prima in cui sono stati scavati/ricavati questi superbi esempi di edilizia funebre. Al turista ignaro che si avvicina per la prima volta alla necropoli della Banditaccia – questa la denominazione esatta della principale necropoli di Cerveteri – si stagliano in uno stupefacente stato di conservazione miriadi di tombe a tumulo (VII-VI secc. a.C.), collinette artificiali poggiate su una base rocciosa di tufo generalmente decorata. L’accesso alle camere sepolcrali avviene attraverso stretti corridoi detti dromoi, sovrastati da archi e con scalini scavati nella roccia che scendono all’interno della tomba. Ed è qui che si apre uno straordinario mondo in cui le maestranze etrusche hanno impiegato tutta la propria abilità ed estro nel ricreare ambienti fortemente assomiglianti a quelli domestici, tanto per rafforzare ancora di più quel legame tra la vita e la morte. Se esternamente variano solo nelle dimensioni, è internamente che i tumuli e le tombe ipogee presentano le loro peculiarità dando origine alle denominazioni più disparate: tumulo della casetta, della capanna, dei letti funebri, dei rilievi, degli animali dipinti etc. Gli ambienti sepolcrali si presentano a sala unica, due, tre, quattro ambienti e così via, a volte preceduti da un vestibolo; accanto ai letti sepolcrali più semplici vi si ritrovano vere e proprie alcove, poltrone scolpite con poggiapiedi, scudi alle pareti, colonne con capitelli finemente scolpiti. Incredibili anche le tipologie dei soffiti ad imitazione di tetti lignei a doppio spiovente con trave centrale, o con più travi e suddivisioni interne con decorazioni a spina di pesce: tutto rigorosamente scolpito nel tufo! Un’inesauribile fantasia o, piuttosto, più semplicemente la ripresa di motivi e architetture civili, quelle che hanno ispirato le pazienti mani di questi scultori e architetti. E, come se non bastasse, nella tomba ipogea detta “dei Rilievi”, a tutt’oggi unico esempio nel suo genere, il geniale costruttore ha voluto scolpire in stucco, lungo tutte le pareti e i due pilastri, decine e decine di utensili e oggetti dalla vita quotidiana di 2300 anni fa che mostrano evidenti tracce della cromia originale: uno spettacolo, anche per i non addetti ai lavori, assolutamente da non perdere. Il patrimonio archeologico ceretano, oggi ancora più che in passato, sta vivendo un momento importante della sua ultramillenaria storia: il 2 luglio 2004 a Guzhou, in Cina, una sessione del Comitato del Patrimonio mondiale dell’UNESCO ha decretato l’inserimento delle necropoli di Cerveteri e Tarquinia tra i siti considerati “Patrimonio dell’umanità”. Ma entusiasmi a parte, qualche preoccupazione sorge legittima per il timore che l’opportunità di sviluppo per quest’area – troppo a lungo negletta – non venga sfruttata con la dovuta attenzione e competenza da parte delle locali amministrazioni. La prospettata creazione di un parco archeologico e conseguentemente delle strutture ricettive e quant’altro – tutti intenti nobilissimi –, potrebbero, se nelle mani sbagliate, portare a risultati che comprometterebbero questa perfetta simbiosi in cui l’elemento naturalistico e la testimonianza archeologica si compenetrano indissolubilmente. Nell’augurarci che ogni azione venga intrapresa con gusto, rispetto ed intelligenza, non ci resta che lasciarci trasportare dall’incanto silenzioso di questi luoghi, nella rispettosa ammirazione di quello che una grande civiltà ha saputo tramandarci. |